Amore e solitudine, sofferenza e sentimenti: la poesia da scoprire e riscoprire di Cesare Pavese.
A più di settant’anni dalla sua morte, Cesare Pavese continua a parlare con una forza che sorprende. Le sue parole, nate in un’Italia lontana, sembrano ancora oggi intercettare le inquietudini più profonde della contemporaneità.
Tra i testi che meglio mostrano questa capacità di attraversare il tempo c’è “Penso la mia vecchiezza solitaria”, una poesia composta il 25 agosto 1928, quando lo scrittore aveva appena vent’anni. Un’età in cui la vecchiaia dovrebbe essere un concetto remoto, e che invece Pavese trasforma in una metafora potente dell’esistenza.
“Penso la mia vecchiezza solitaria”, poesia di Cesare Pavese
La poesia non affronta la vecchiaia come semplice fase biologica, ma come condizione interiore. Per Pavese, l’invecchiamento dell’anima può manifestarsi molto prima di quello del corpo: è il risultato di un distacco dal mondo, di una progressiva perdita di riconoscimento da parte degli altri. L’immagine della solitudine non è dunque quella di un isolamento fisico, ma di una sorta di morte simbolica, un essere “fuori dal mondo” pur continuando a viverci. Il poeta immagina un futuro in cui lui e la sua anima saranno “come morti” sotto il frastuono di un mondo che non apparterrà più loro.
In questo scenario, il volto e lo sguardo assumono un ruolo centrale. Non essere più guardati “in viso” significa non essere più visti, non essere più riconosciuti come parte della comunità umana. È un tema che oggi risuona con particolare forza, in una società che spesso marginalizza chi invecchia o chi vive ai margini, alimentando un senso di invisibilità che Pavese aveva intuito con sorprendente lucidità.
Di fronte a questa esclusione, la poesia non propone una ribellione, ma una forma di resistenza silenziosa. Il verso in cui il poeta afferma che sapranno essere “soli e silenziosi” non è un invito alla rassegnazione, ma alla costruzione di uno spazio interiore in cui ritrovare sé stessi. Il silenzio diventa disciplina, ascolto, memoria. È in questo silenzio che la giovinezza torna come una “musica remota”, un’eco lontana che continua a vibrare nonostante il passare del tempo.
La “musica remota” è una delle immagini più suggestive del testo: rappresenta la vitalità del passato, la sua dolcezza fragile e insieme potente. Pavese la colloca in una scena crepuscolare, lungo una strada immersa nella “divinità della sera”, dove note lente salgono da una casa solitaria. È un’immagine che restituisce la natura frammentaria della memoria, fatta di lampi, suoni, sensazioni che riaffiorano senza ordine.

La solitudine e il tempo che passa: perché leggere questa poesia di Cesare Pavese – Reteoro.it
Un altro tema fondamentale è l’amore, inteso non come sentimento rivolto a una persona, ma come tensione esistenziale. Pavese parla di un “amore disperato verso tutte le cose”, una disposizione d’animo che abbraccia il mondo intero. È un amore totale, irrequieto, che diventa al tempo stesso forza e condanna. Spinge il poeta a cercare continuamente, a non fermarsi mai, ma lo lascia anche inquieto, incapace di trovare pace.
Questa tensione, che attraversa tutta la sua opera, rispecchia le inquietudini di molti uomini e donne di oggi, spesso sospesi tra desiderio di stabilità e bisogno di libertà, tra ricerca di senso e paura del vuoto. “Penso la mia vecchiezza solitaria” anticipa così i grandi temi della poetica pavesiana: la solitudine come destino, l’amore come tensione irrisolta, la memoria come ultimo rifugio. Ed è proprio questa capacità di parlare dell’umano in modo così essenziale che rende Pavese ancora oggi un autore necessario.
Penso la mia vecchiezza solitaria di Cesare Pavese
Saremo come morti, anima mia,
sotto gli urli di un mondo
che non conosceremo
e nessuno degli uomini
ci guarderà più in viso.
Ma sapremo esser soli e silenziosi.
Ascolteremo nella calma stanca
la musica remota
della nostra tremenda giovinezza
che in un giorno lontano
si curvò su sé stessa
e sorrideva come inebbriata
dalla troppa dolcezza e dal tremore.
Sarà come ascoltare in una strada
nella divinità della sera
quelle note che salgono slegate
lente come il crepuscolo
dal cuore di una casa solitaria.
Battiti della vita,
spunti senz’armonia,
ma che nell’ansia tesa del tuo amore
ci crearono, o anima,
le tempeste di tutte le armonie.
Ché da tutte le cose
siamo sempre fuggiti
irrequieti e insaziati
sempre solo portando nel cuore
l’amore disperato
verso tutte le cose.
Questo ricorderemo
quando saremo soli come morti.
E nessuno degli uomini
ci guarderà più in viso.








